28/03/2012

Lo study tour in Cina dei nostri allievi del Master in Management dell’Innovazione

Roberto Filippini *

Shanghai - Image: thepathtraveler / FreeDigitalPhotos.netSolo andando in Cina e confrontandosi con Cinesi e Italiani che vivono là da anni è possibile capire qualcosa del "nuovo mondo" e del "nuovo mercato". Si possono aver letto molti libri, visto molti documentari, ma la complessità della società e della cultura si può cogliere solo toccando con mano.
Una full immersion di una settimana in due Università (con insegnanti cinesi) in 6 aziende diverse (cinesi, italiane e americane) può essere sufficiente? Certamente no, ma già ti colpisce.

Molte credenze sulla Cina e i Cinesi vengono smentite. Ma come? Tutti i libri parlano di una società collettivista e tutti i manager che abbiamo incontrato dicono che prevale l'individualismo. E la capacità imprenditoriale? Possiamo imparare. E la tendenza a copiare? No, c'è tanta innovazione e anche qui dobbiamo imparare.
Delocalizzare in Cina, perché? Perché c'è un mercato grande, pronto e crescente. È un modo diverso di vedere la nostra crescita, attraverso l'internazionalizzazione del business.

Ecco alcune riflessioni dei nostri allievi:

“Un argomento mi sento di condividere e riguarda il comportamento/atteggiamento dei lavoratori cinesi. Il cinese è molto individualista? Pensa soltanto a se stesso? È pronto a fregarti e il suo dio è il denaro? Durante alcune lezioni di global management ci era stato detto invece che il popolo cinese è il più collettivista del mondo. Perché questa visione diametralmente opposta? Nel cercare di rispondermi ho chiesto anche l’opinione del prof. Alfonso Zhang della Zhejian University, che era presente quel giorno, e l’opinione che mi sono fatta è che il popolo cinese nasce come collettivista, questo dettato dall’importanza che la famiglia ha sempre avuto nei secoli nella società cinese. Però con la politica del figlio unico, a partire dagli anni ’70, la famiglia è diventata meno importante e quindi è prevalso il singolo, l’individuo. Nonostante ciò ritengo che se il cinese si sente parte di una famiglia, in questo caso l’azienda, possa in qualche modo riconoscere la sua figura, accettarla e rispettarla, soprattutto se, come detto, il made in Italy è percepito così positivamente.
Personalmente ho trovato l’aria respirata a Shanghai estremamente stimolante e spero di potermi confrontare con questa realtà durante il mio percorso lavorativo”. Stefania De Franceschi.

”Secondo la mia idea il workshop è stato un utile scambio di opinioni e idee e molto formativo per un motivo in particolare: gli interventi dei manager che si sono susseguiti hanno avuto approcci e metodi diversi, raccontando una realtà molto difficile da comprendere se non la si vive. Questo ha potuto innestare un dibattito sincero e franco. La Cina è un Paese con molte contraddizioni. Quindi mi sembra ovvio che come in tutti i casi di delocalizzazione, ci siano vantaggi e svantaggi. Credo che se imprese italiane delocalizzano in Cina evidentemente "il gioco vale la candela". Ma una domanda provocatoria: quale responsabilità sociale, nei confronti del nostro Paese, hanno le imprese italiane a delocalizzare in questo momento in cui si parla tanto di modi per sostenere la crescita ... in Italia? Avanti tutta”. Giuseppe Amoruso.

“Durante gli incontri ci sono stati proposti molti spunti di riflessione, soprattutto su come crescere dal punto di vista professionale, sulla rapidità con cui la Cina e il mondo intero stanno evolvendo e sulla necessità di metterci in gioco al 200%. Per quanto riguarda Shanghai sono rimasto affascinato dall'area di Pudong, ma penso di non essere ancora riuscito a metabolizzare i contrasti e i paradossi che la caratterizzano. Spero quindi di tornarci in futuro per poterla conoscere in modo più approfondito”. Alessandro Sanfelici.



* Direttore scientifico Master in Management dell’Innovazione

La gestione delle risorse finanziarie in azienda: una variabile chiave per lo sviluppo dell'impresa

Francesco Gatto *

Image: Gregory Szarkiewicz / FreeDigitalPhotos.netL'area finanza all'interno del mondo imprese si sta evolvendo e si stanno ampliando le sue funzioni classiche, così da richiedere sempre più competenze trasversali, che coniughino la gestione di tesoreria con capacità previsionali, il risk management con la compliance giuridico-fiscale, la conoscenza del business aziendale con le logiche di accesso al credito. Siamo, quindi, di fronte ad un’evoluzione di grande rilevanza. Ne discutiamo con Marco Vianello, CFO di Ceccato S.p.A., azienda leader nella produzione di impianti automatici per il lavaggio dei veicoli, e diplomato della IV edizione del percorso formativo “Il CFO: strumenti, competenze, rischi”, promosso dall’Area Finance della Fondazione CUOA.

Qual è attualmente il peso della funzione Amministrazione, Finanza e Controllo all'interno delle imprese del territorio, in particolare all'interno delle PMI?
Forse è il momento di superare il luogo comune che vuole questa funzione rivalutata e in forte ascesa dopo la crisi finanziaria e il credit crunch iniziati nel 2008. Sicuramente è aumentata la percezione del peso crescente all’interno delle organizzazioni, ma le aziende virtuose hanno sempre dato grande importanza al contributo dell’area Amministrazione Finanza e Controllo nella pianificazione della strategia e nel supporto alla realizzazione dei piani aziendali. I segnali sono molteplici: incremento della domanda di profili altamente specializzati in area finance, inclusione nel board di figure con background di tipo finanziario, utilizzo strutturato di schemi di pianificazione strategica per le analisi di scenario.

Come è cambiato il ruolo del CFO negli ultimi anni?
Si tratta di un ruolo in notevole evoluzione, lo è sempre stato del resto, ma ora il percorso che aveva portato il CFO, tecnico e “generalista” per definizione, a focalizzare e sviluppare competenze e le leve del Controllo di Gestione si sta muovendo verso una specializzazione di tipo finanziario e di risk management. Questo modo di operare è la diretta conseguenza della situazione macroeconomica, che nelle realtà del nostro territorio si traduce nella necessità di gestire risorse finanziarie sempre più limitate in contesti progressivamente più pericolosi dal punto di vista del credito; in tal senso, un aspetto fondamentale è quello di essere in grado di minimizzare i costi delle attività svolte.
Un ulteriore aspetto particolarmente rilevante è quello comportamentale: sta crescendo moltissimo il livello di attenzione sulla capacità di gestire la componente umana e la psicologia dei diversi interlocutori.

Quali possono essere alcuni indicatori "chiave" per valutare lo stato di salute dal punto di vista finanziario dell'azienda?
Focalizzando l’attenzione sulle aziende non quotate è possibile vedere come il termometro della salute finanziaria possa essere determinato già con un numero veramente ristretto di indicatori, che sono la base del funzionamento dei principali generatori di analisi di rating aziendale. In quest’ottica l’azienda può essere analizzata con strumenti utilizzati da quelle stesse società di rating che studiano gli Stati nel loro complesso. Si parla, quindi, di indicatori di redditività (EBIT, risultato ante imposte su attivo), di leverage (PN tangibile/attivo tangibile), di patrimonio netto rapportato agli immobilizzi materiali e di posizione finanziaria netta rapportata al Margine Operativo Lordo di periodo. Si tratta di indicatori che esprimono un giudizio immediato sulla solidità o vulnerabilità e consentono di raffrontare il dato con un campione di migliaia di aziende. L’effetto pratico è chiaro: l’azienda potrà conoscere la propria collocazione e disporre di un dato da presentare a terze parti, primi tra tutti gli Istituti di Credito e gli enti erogatori di finanza agevolata.

Quali consigli pratici darebbe per una gestione efficace delle risorse finanziarie in azienda?
Il concetto di gestione efficace delle risorse finanziarie oggi si potrebbe riassumere in due linee di azione: capacità di prevedere gli scenari futuri e capacità di ridurre il costo del capitale a debito e il rischio ad esso connesso. In un contesto nazionale e internazionale è fondamentale l’adattabilità: acquisire tutti gli strumenti per essere flessibili a variazioni non solo di tassi e cambi, ma anche delle strategie di mercato delle banche e, quindi, dei parametri di valutazione del merito creditizio. Non va, infine, sottovalutata l’opportunità costituita dalla finanza agevolata; nel fare questo il Legislatore ha guardato alle aziende virtuose, a quelle cioè che, investendo nella ricerca e innovazione stanno competendo nei mercati di riferimento. È per questo che chi si trova a gestire la finanza non può mai trascurare la continua attenzione al business nel suo complesso.


* Responsabile CUOA Finance

23/03/2012

La liquidità in azienda: il ruolo di una corretta gestione di tesoreria

Rosario Maccarrone *

Image: Danilo Rizzuti / FreeDigitalPhotos.netDa un efficace prospetto pubblicato da Confartigianato si può chiaramente evincere come, tra il 2009 e il 2011, i tempi di pagamento alle imprese in Italia, divisi tra privati, aziende e Pubblica Amministrazione, si siano dilungati tra le aziende, passando da 88 a 103 giorni medi; ed i tempi di pagamento nella Pubblica Amministrazione in Italia, siano passati dai 128 giorni medi del 2009 ai 180 giorni medi del 2010.

Il dato è emblematico e condensa con pochi numeri una crescente e preoccupante difficoltà che accomuna moltissime aziende. Il termine esatto del problema è “rischio di liquidità”. Cosa rappresenta nel concreto?

È il rischio che l’impresa, a causa dell’incapacità di reperire nuovi fondi o di liquidare attività sul mercato, non riesca a far fronte ai pagamenti previsti, determinando così un impatto sul risultato economico nel caso in cui sia costretta a sostenere costi addizionali per fronteggiare i propri impegni o, come estrema conseguenza, una situazione di insolvibilità che pone a forte rischio l’attività aziendale.

La creazione di valore da parte di una azienda è determinata proprio dalla capacità di generare flussi di cassa nel lungo periodo, mediante la gestione operativa. I flussi di cassa sono un indicatore della capacità di sviluppo sostenibile da parte di un’azienda e della capacità di remunerare e rimborsare il debito e il capitale; rappresentano, quindi, una misura oggettiva della performance aziendale.

La tesoreria è l’attività che sta alla base della corretta gestione delle entrate e uscite di cassa; ad essa viene richiesto di contribuire a mantenere una efficiente struttura del capitale circolante, in considerazione del contesto sempre più competitivo in cui si trovano ad operare le aziende.

La tesoreria è sempre più coinvolta nelle attività di sviluppo dell’azienda e per mantenere un’adeguata gestione del “day to day” deve necessariamente automatizzare il più possibile i propri processi. In aggiunta, proprio per la delicatezza e sicurezza del compito affidato, deve dotarsi di sistemi e processi sicuri al fine di minimizzare i rischi operativi, massimizzando l’efficienza nella gestione del circolante.

Il ruolo del tesoriere diventa, quindi, cruciale: è una figura poliedrica e riassume molteplici competenze (economiche, finanziarie, contabili, fiscali, informatiche) con una pluralità di compiti:
  • assicurare all’azienda risorse finanziarie tali da sostenere l’attività corrente e assicurarne lo sviluppo futuro, supportando il top management nelle operazioni straordinarie
  • proteggere l’azienda dai rischi finanziari
  • ottimizzare il valore del cash flow, mantenendo una struttura finanziaria ottimale
  • fornire previsioni economico-finanziarie attendibili
  • minimizzare il rapporto tra oneri e proventi finanziari
  • fornire all’alta direzione un reporting finanziario adeguato
  • massimizzare il valore della comunicazione finanziaria.


* Docente CUOA, Consigliere Nazionale e Responsabile Triveneto Associazione Italiana Tesorieri d’Impresa

20/03/2012

Coinvolgimento delle persone e problem solving efficace: il metodo A3

Roberto Ronzani *


Image: twobee / FreeDigitalPhotos.netDevi definire il piano di sviluppo commerciale dell’azienda per aprire un nuovo mercato?
Hai un grosso problema di qualità nel prodotto che stai consegnando a quel cliente così importante?
Fai fatica a coinvolgere e motivare i collaboratori nel raggiungimento di un obiettivo importante?
Tua figlia non riesce a decidere a quale Facoltà universitaria iscriversi e ti chiede aiuto?

Per farti aiutare a risolvere ciascuno di questi problemi non andare in cerca di chissà quali esperti, quali strumenti operativi, quali software e così via.

Possono bastare un banalissimo foglio di carta in formato A3, una matita e una gomma da cancellare.
Questa era la dotazione che, a partire dagli anni ’60, veniva messa a disposizione di un Manager Toyota una volta arrivato a ricoprire una nuova posizione in azienda.
La modalità d’uso di questo foglio si consolida e perfeziona nel tempo fino a diventare il più efficace strumento di problem solving e di apprendimento della persona e dell’organizzazione: il “metodo A3”.

E nulla vieta di adottarlo anche per questioni che non hanno niente a che fare con il business.

Si prende il foglio e, seguendo un processo preciso, lo si riempie percorrendo in lungo e in largo l’argomento, andando a vedere i fatti, incontrando le persone, chiedendo loro il perché delle cose.
La descrizione del problema, l’analisi delle cause che l’hanno determinato, l’elaborazione e la messa in atto delle contromisure, la verifica della loro efficacia sono riportati come una storia da raccontare in un unico foglio A3, descritti ed affrontati scientificamente.
L’aspetto più importante resta, comunque, l’atteggiamento con cui il “proprietario” dell’A3 lo usa nel coinvolgimento delle altre persone.
L’A3 guida il confronto e il dialogo con tutti gli attori interessati alla cosa, indipendentemente dalla loro collocazione organizzativa, favorendo la riflessione critica e la persuasione. Si impara e sviluppa così una routine organizzativa, in cui l’autorità a prendere le decisioni deriva dalla conoscenza e dalla responsabilità nei fatti e non dal ruolo formale o dallo status organizzativo.

Il CUOA Lean Enterprise Center, primo in Italia, ha iniziato il training sull’A3 nel 2010 e il successo è tale che, solo nell’ultimo anno, più di 400 persone sono state formate sull’applicazione del metodo.


* Senior advisor del CUOA Lean Enterprise Center

27/02/2012

Come riformare il Terzo settore? Una proposta per il Veneto

Fabio Pietribiasi *

Handshake - Image: Ambro / FreeDigitalPhotos.netIl 14 febbraio scorso si è svolto presso la Fondazione CUOA il Convegno “Come riformare il Terzo settore? Una proposta per il Veneto”, organizzato dall’Associazione Altraimpresa in collaborazione con gli Ordini professionali dei Commercialisti e degli Avvocati, l’Associazione degli Industriali e la stessa Fondazione CUOA.
Il Convegno ha approfondito con una larga partecipazione di pubblico il tema della riforma del Terzo settore, che, attraverso l’attività di numerose Associazioni, Cooperative sociali, Fondazioni e altre organizzazioni no-profit si è ricavato un significativo spazio tra Stato e mercato.
Le relazioni generali hanno affrontato gli aspetti economici e sociali, perché si ritiene che il Terzo settore debba essere messo in condizione di liberare tutte le sue potenzialità in termini di produzione e occupazione oltre che di solidarietà e fiducia. Nel medesimo rilievo sono stati tenuti gli aspetti giuridici, perché sia la Legislazione, sia la disciplina sono datate e frammentate e si avverte il bisogno di averne una più organica. Particolarmente illuminanti a tale proposito l’intervento del Prof. Stefano Zamagni sul primo punto e quello del Prof. Giovanni Tantini sul secondo.

Ma la riforma normativa non è dietro l’angolo. Per questo una Tavola rotonda ha discusso la possibilità di ottenere risultati significativi anche a normativa vigente, tramite la istituzione di Sportelli unici provinciali coordinati a livello regionale intesi come centri di servizio per la molteplicità degli adempimenti dovuti nei confronti di Enti diversi ed insieme luoghi nei quali le organizzazioni potrebbero cominciare a riconoscersi come sistema, assumendo un ruolo ancor più significativo di quello che già singolarmente hanno.

La Regione, Unicredit Foundation, gli Ordini professionali, l’Agenzia delle Entrate, le organizzazioni no-profit hanno espresso interesse per la proposta, che deve essere ora approfondita nelle sue modalità di attuazione.


* Responsabile di progetto per Altraimpresa

23/02/2012

La consulenza finanziaria

Massimo Scolari *

La consulenza finanziariaIl tema della consulenza finanziaria costituisce un argomento di forte attualità e si presta a diversi profili di analisi e valutazione, sia da un punto di vista strettamente normativo, sia da un punto di vista finanziario.

Partendo dal punto di vista normativo, la consulenza in materia di investimenti è una delle maggiori innovazioni introdotte dalla Direttiva europea Mifid che è stata recepita nel nostro ordinamento nel 2007.
Il servizio di consulenza finanziaria consiste nel fornire al cliente raccomandazioni personalizzate di investimento, ossia di acquisto e di vendita di strumenti finanziari (obbligazioni, azioni, fondi di investimento ecc.) al fine di ottimizzare il portafoglio degli investimenti e di conseguire gli obiettivi di investimento di ciascun risparmiatore.
Una delle principali caratteristiche che distinguono questo servizio finanziario è riconducibile all’obbligo, per chi fornisce il servizio, di valutare l’adeguatezza di ogni raccomandazione di investimento, ossia la coerenza tra l’investimento suggerito e le caratteristiche proprie del risparmiatore.
Nel contesto italiano la consulenza finanziaria è offerta da numerosi soggetti (Banche, Società di gestione del risparmio, Società di Intermediazione Finanziaria, Promotori finanziari e Consulenti Indipendenti).
Le Sim di Consulenza, che sono nate negli ultimi anni dopo l’introduzione della Mifid, sono società indipendenti che si sono specializzate nell’attività di consulenza finanziaria rivolta sia ai clienti privati “retail” sia a soggetti istituzionali.
Le Sim di consulenza si distinguono dagli altri intermediari finanziari per l’unicità del proprio oggetto sociale e per il fatto di svolgere la propria attività senza detenere mezzi finanziari della clientela; esse quindi non raccolgono denaro, nè offrono propri prodotti alla clientela.
A fronte della prestazione del proprio servizio di consulenza, le Sim ricevono una remunerazione esclusivamente dai clienti e si astengono dal percepire commissioni o incentivi da altri intermediari: ciò limita i conflitti di interessi nei confronti dei propri clienti.

Dal punto di vista, invece, strettamente finanziario il perimetro del servizio di consulenza può assumere una complessità crescente in funzione dell’obiettivo di assicurare al cliente un vero e proprio servizio di pianificazione patrimoniale. In particolare, il consulente finanziario può svolgere un ruolo importante nella pianificazione del passaggio generazionale nei confronti di clienti che siano anche imprenditori.
Perché è importante pianificare il passaggio generazionale? Per esigenze diverse fra loro, ma collegate a un tempo stesso. In via generale per prevenire dissidi fra eredi che potrebbero compromettere il patrimonio, per pianificarne l’impatto fiscale sul trasferimento dei beni oggetto dell’eredità. Nello specifico del passaggio generazionale in azienda si aggiunga la “peculiarità” dell’organizzazione dinamica che questa rappresenta: l’incertezza sulla titolarità delle quote o sul nome dell’erede designato determina dispersione di energie, capitali e tempo a danno dei processi aziendali, spesso deteriorandone il valore complessivo.
Il consulente finanziario non si sostituisce a notai, avvocati e commercialisti, ma spesso è l’interlocutore privilegiato del cliente, che è anche imprenditore e può intercettarne i bisogni, guidandolo – anche tramiti esperti terzi – nelle scelte che hanno forti ricadute sulla composizione dei patrimoni finanziari stessi e sulla relazione con il cliente.

Ascosim, Associazione delle Sim di consulenza, è stata costituita a Milano nel gennaio 2010 e riunisce la gran parte delle società che operano in Italia.
Nel marzo 2011 Ascosim ha organizzato la prima edizione del Forum Nazionale sulla consulenza finanziaria che ha avuto un notevole successo sia per la consistente partecipazione degli operatori del settore sia per la qualità dei relatori intervenuti.
La seconda edizione del Forum Nazionale sulla consulenza finanziaria, che si svolgerà il 19 marzo 2012 a Milano, presso il Palazzo Mezzanotte in Piazza degli Affari, sarà un’occasione per sviluppare la discussione sui principali temi della consulenza finanziaria:
- Evoluzione della regolamentazione europea e nazionale
- Il confronto con le esperienze e la regolamentazione sulla consulenza in altri Paesi europei
- I diversi approcci alla consulenza finanziaria, i modelli di servizio e di remunerazione proposti dagli intermediari finanziari italiani.

Ascosim ha rivolto l’invito a partecipare in qualità di relatori ad esponenti delle Autorità di Vigilanza (Banca d’Italia, Consob, Ministero del Tesoro), al mondo accademico ed alle Associazioni di categoria delle banche e delle reti di promotori finanziari.
Al Forum prenderà parte anche un esponente dell’Associazione dei consulenti finanziari inglesi.


* Segretario Generale, ASCOSIM 

20/02/2012

IT doesn’t matter

Cecilia Rossignoli *

FORUM-ICTIT doesn’t matter”. Era la provocazione avanzata da Nicholas G. Carr nel 2003 sull’Harvard Business Review che sottintendeva l’idea che le tecnologie dell’informazione (IT) erano destinate a diventare delle commodities e, come tali, non avrebbero richiesto un grande sforzo nel loro studio e comprensione.

A quasi un decennio di distanza possiamo affermare che la previsione di Nicholas G. Carr si sia rivelata a un tempo corretta e completamente errata.

Le tecnologie dell’informazione o meglio dell’informazione e comunicazione (ICT) si sono così diffuse da rappresentare una commodity di cui neanche ci accorgiamo.

Ogni giorno trasportiamo, usiamo, gestiamo un numero, inimmaginabile solo qualche anno fa, di ICT. Se, infatti, quando parliamo di ICT facciamo riferimento al microprocessore, allora tutte le carte di credito, bancomat, tessere dotate di microchip, il telefono cellulare, il telepass dell’auto, la scatola nera installata dall’assicurazione rientrano in questa categoria.

Il processo di diffusione delle ICT, inoltre, risulta ancora maggiore se si pensa alle recenti politiche annunciate dal governo volte a “smaterializzare” gran parte dei processi della pubblica amministrazione a favore di un uso intenso delle tecnologie computer e internet based.

Se, quindi, come annunciato da Nicholas G. Carr, l’IT è diventato un servizio che usiamo senza la necessità di grande formazione, come l’elettricità, è altresì vero che, ogniqualvolta introduciamo uno strumento IT diamo il via a una serie di conseguenze, molte delle quali sfuggono dalla nostra area di controllo.

La cronaca è ricca di tali esempi. E la pratica manageriale anche.

Avviare un sito internet per un’azienda oggi può richiedere un impegno finanziario di poche decine di euro. Aprire un sito internet significa dichiararsi al mondo. Un mondo che non ha confini, dove dimensioni quali spazio e tempo assumono significati propri. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Un sito aziendale che non venga aggiornato almeno settimanalmente produce un effetto negativo sull’immagine dell’azienda, dichiarando un carattere di staticità dell’impresa e una mancata comprensione dei tempi. Un sito aziendale che non sia multilingua, non solo preclude il contatto con il mercato internazionale ma, paradossalmente, potrebbe favorire concorrenti più “attenti” in grado di comunicare in modo globale.

Se oggi, quindi, l’IT è una commodity, allo stesso tempo richiede un impegno organizzativo costante volto a far sì che l’uso dell’IT non si riveli dannoso.

Non possiamo pertanto dimenticare che i problemi ancora “aperti”, per non dire le aspettative disattese nei confronti dell’impatto delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, in particolare nel mondo delle imprese, sono numerosi. Basti pensare all’ammontare dei budget delle ICT sempre molto elevati, alle difficoltà che si incontrano quando abbiamo bisogno di dati, informazioni e conoscenze realmente integrati sui fenomeni aziendali, al fine anche di prendere decisioni strategiche. Nonostante sia indubbio il contributo dato dalle ICT al miglioramento ai processi gestionali e decisionali delle imprese, ancora poco è stato compreso in azienda il reale valore aggiunto che il corretto uso delle ICT può dare.

In altre parole non possiamo fare a meno di porre l’attenzione sulla necessità di allineare, o meglio coniugare le caratteristiche delle ICT con quelle del business. Troppo spesso, infatti, si è portati a pensare che la corretta gestione delle ICT sia questione da delegare agli informatici. Nulla è più falso e dannoso. È invece la direzione generale che si deve far carico di tali decisioni, visto il loro elevato valore strategico. Le storie di successo, come quelle di fallimento, dimostrano che la chiave di tutto sta nella capacità manageriale di saper leggere e interpretare correttamente l’azienda, la tecnologia, il mercato, e l’ambiente di riferimento.

In risposta a queste sfide, la Fondazione CUOA ha avviato nel 2011 il progetto FORUM ICT: un luogo privilegiato, sia fisico che virtuale, per l’incontro e lo scambio di idee ed esperienze tra soggetti interessati alla diffusione e all’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e comunicazione per la crescita del nostro sistema imprenditoriale.


* Professore associato dell’Università degli Studi di Verona e Referente Scientifico FORUM ICT Fondazione CUOA

06/02/2012

Nel 2011 aumentano le richieste di inserimento da parte delle imprese. Molto ricercati i profili junior.

Job Career Center *

Nonostante la crisi registrata nel secondo semestre del 2011 il Job Career Center della Fondazione CUOA ha gestito, rispetto al 2010, un più 1,93% di richieste. In aumento le richieste di inserimento provenienti dalle imprese, calano invece gli stage.
Arrivano notizie incoraggianti dal Job Career Center, osservatorio della Fondazione CUOA sul mondo del lavoro. L’indagine sulle professionalità più richieste dalle aziende, effettuata su un campione di 700 aziende, ha evidenziato, tra 2010 e 2011, un incremento delle richieste di stage e di inserimento che sfiora il 2%. Una crescita non certo vertiginosa, ma che, in tempi difficili come questi, rimane un buon segnale.

L’aumento è trainato dalle richieste nelle aree della Logistica, della Produzione e Lean, della Ricerca e Sviluppo, i settori che complessivamente registrano il maggior numero di inserimenti e stage lavorativi in assoluto (circa il 20% del totale), in aumento del 27% rispetto all’anno precedente.
Dati positivi arrivano anche dal Retail, cresciuto del 30%, dal Product and Project (+21% nel 2011), entrambi vicini all’8% del campione, e dal settore degli Acquisti, che registra un significativo incremento (+74%) delle domande su base annua (giunte al 6,3% delle richieste complessive).

Diminuiscono (meno 12,37% nel 2011), invece, le richieste nel settore dell’Amministrazione Finanza e Controllo (pari al 16,1% del dato complessivo), in ambito commerciale e delle vendite (scese dell’11%) e delle consulenze (calate del 44,8%).
Non ci sono grandi variazioni tra 2010 e 2011 per quanto riguarda il settore della Comunicazione e del Marketing, che si mantiene stabile al 10,4% del campione.

Un elemento confortante e promettente, che conferma un trend che già si incominciava ad intravvedere alla fine del primo semestre 2011, è l’elevata richiesta di profili Junior (con meno di tre anni di lavoro alle spalle): si tratta di oltre il 64% del campione.
Segno che la volontà di investire su professionalità giovani, che abbiano ricevuto un’adeguata formazione, rimane molto forte, nonostante il periodo di crisi.

La gran parte delle proposte arriva dalle aziende (in crescita rispetto al 2010 al 63%), poi da società di selezione (32%) e di consulenza (3%), infine dalle banche (2%).
Dal punto di vista della geografia delle richieste si segnala un importante aumento di quelle provenienti dalla Lombardia, arrivate al 15,3% del totale. La parte del leone continua a farla, naturalmente, il Veneto con il 64,4%, mentre dall’estero arrivano il 5% delle richieste di inserimento lavorativo (provenienti da Olanda, Germania, Russia, Svizzera, Messico, India, Cina, Belgio, Lussemburgo, Romani, Corea del Sud, Tunisia). Seguono le altre regioni italiane con il 4,2% dell’Emilia-Romagna, il 2,5% del Lazio e l’1,5% di Toscana, Friuli e Trentino.


* Osservatorio Job Career Center, Fondazione CUOA



Infografica-jobcareer
(infografica a cura di MediaLab)

23/01/2012

Formare nuove figure professionali nel panorama immobiliare

Paolo Padovani *

Formare nuove figure professionali nel panorama immobiliareNon vi è dubbio che siamo in una situazione di forte crisi che ha messo in discussione il sistema immobiliare italiano.
Le domande da porci: si potrà ancora affrontare il mercato immobiliare con approcci di marketing tradizionali? Le figure professionali tradizionali che operano sul mercato immobiliare (agenti immobiliari, tecnici, periti ecc.) dovranno evolvere verso un nuovo profilo? La gestione delle operazioni immobiliari quali forme dovrà assumere per essere veramente efficiente ed efficace?

Il mercato italiano dell’intermediazione immobiliare è caratterizzato da un panorama di tipologie di soggetti intermediari estremamente frammentato e poco regolamentato: la figura del “mediatore” privo di struttura operativa, le piccole agenzie “di quartiere”, le agenzie in franchising e, finalmente, le strutture che hanno riunito al loro interno molteplici specializzazioni, orientandosi al cliente piuttosto che al prodotto, allontanandosi dalla pura intermediazione ed assumendo, per così dire, un ruolo di consulenza. Si tratta di strutture con forte predisposizione all’investimento sul lavoro, su figure competenti e specializzate, con uffici e location di una certa rilevanza (in controtendenza con la tradizionale struttura della agenzia immobiliare). L’organizzazione delle attività è molto orientata all’azienda, con risorse umane fortemente qualificate (receptionist, esperti di marketing, consulenti, tecnici) e concentrate sul cliente piuttosto che sulla “conclusione dell’affare”.

Inoltre, a parte grandi imprese-aziende di livello nazionale, la gestione delle operazioni immobiliari è sempre stata gestita con processi “a fase” senza che gli stessi si integrassero e, soprattutto, senza una figura “di regia” tra le varie fasi del processo produttivo e tra i vari professionisti che le rappresentano; analisi, pianificazione, progettazione, realizzazione e commercializzazione raramente sono coordinate. La figura commerciale per le aziende/società/imprese mai come in questo periodo ricopre un ruolo rilevante per comprendere, “tarare”, confrontare con il mercato la propria operazione/prodotto e coordinarne i processi con tecniche e strumenti di tipo manageriale.

La sensazione è che nel comparto immobiliare vi sono ampi spazi da colmare, con competenze e conoscenze aggiornate, per poter fare quel salto di qualità che è indispensabile per prepararsi ad un auspicabile “post crisi”.


* Architetto - Progetto Marketing e commercializzazione delle operazioni immobiliari

09/01/2012

Finanziare la crescita: solo credito o anche capitale di rischio?

Francesco M. Renne *

Finanziare la crescitaIn un momento di crisi come l’attuale, può sembrare paradossale parlare di crescita. Invece, a ben vedere, è proprio questo il momento; lo è per riflettere sulle ragioni dell’eccessiva fragilità delle imprese italiane davanti alla crisi, lo è per capire quali reazioni servirebbero per difendersi e ripartire.

Ora, qui ci si vuole soffermare su un dilemma di fondo, acuito in questo periodo dalla maggiore selettività posta dal sistema finanziario, ovvero se per finanziare la crescita, appunto, basti l’accesso al credito o non serva anche, e in che misura, il ricorso al capitale di rischio.

I termini del problema possono essere sintetizzati in quattro assunti di base e due corollari applicativi.

Il primo assunto consiste nella constatazione che il sistema delle PMI italiane è sostanzialmente sottocapitalizzato e, soprattutto, sovraesposto con forme di indebitamento nel breve termine; ciò rende più fragile la struttura finanziaria attuale del nostro sistema imprenditoriale.

Il secondo assunto consiste nella constatazione oggettiva che le proiezioni dell’applicazione degli accordi di Basilea 3 e delle determinazioni dell’EBA, richiedendo alle banche un maggior patrimonio di vigilanza, portano a stimare un probabile ulteriore irrigidimento delle decisioni di affidamento e di erogazione dei prestiti bancari, almeno per quei prenditori di debito considerati rischiosi.

Il terzo assunto consiste nell’esigenza di poter mantenere nel tempo, e saper misurare ex ante, la generazione di flussi di cassa sufficienti a garantire la sostenibilità dei rimborsi del debito ottenuto.

Il quarto assunto consiste nel sottolineare che l’immissione di capitali propri comporta sempre un innalzamento del costo medio ponderato del capitale, così da rendere necessario, affinché questo sia conveniente, che l’impresa consegua una maggior redditività nel tempo.

Il primo corollario, quasi ovvio, è che il ricorso a capitale di rischio, a seconda delle situazioni specifiche dell’impresa, può avvenire con apporti dei soci esistenti, di nuovi soci finanziatori, di strutture di “private equity” ovvero con il ricorso alla borsa (ad es. l’AIM, per le piccole e medie imprese). Ed è di tutta evidenza che al variare della tipologia dei soggetti citati, varieranno le aspettative e le modalità negoziali attuative e, non meno importante, la spinta ad una maggiore trasparenza informativa nei bilanci. Cosa, questa, che genera anche un effetto positivo nelle relazioni con le banche, talché una maggiore trasparenza di bilancio sarebbe auspicabile anche indipendentemente dal ricorso al capitale di rischio.

Il secondo corollario, infine, è conseguente a quanto sin qui detto e consiste nella considerazione che se da un lato è vero che non sempre l’immissione di nuovi capitali di rischio determina automaticamente un supporto alla crescita, poiché quest’ultima è conseguenza degli investimenti che verranno effettivamente realizzati in futuro e non della capitalizzazione in sé, dall’altro è sempre vero che una situazione di squilibrio delle fonti finanziarie, non coerente con la capacità di generazione di flussi di cassa, determina un irrisolvibile freno alla crescita ed una maggior rischiosità dell’impresa nel tempo.


* Docente Fondazione CUOA - Presidente Commissione nazionale di studio sulla finanza innovativa, Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...